Dolcetto D'Alba Bartolo Mascarello 2016

Maria Teresa ha ricevuto una educazione enologica dal padre Bartolo che non le permette di pensare anche solo per un momento che il Dolcetto d'Alba possa essere un vino "minore". L'attenzione che viene dedicata a questa vinificazione è pari a quella sul Barolo. Assemblaggio di uve raccolte nei vigneti Rué - Monrobiolo, viene vinificato in cemento e successivamente affina per 9-10 mesi in legno grande.
I 3 Sensi: Esplosivo con marcate note di frutti rossi, terra, erbe selvatiche. Vino robusto e rustico senza mollare la finezza, caratteristica miliare della Cantina Mascarello Bartolo.
Servire a:: 12°-14°C
Tipo di bicchiere:
Agricoltura:
sostenibile

18,00 €
  • Cantina: Bartolo Mascarello
  • Annata: 2016
  • Denominazione: Dolcetto d'Alba D.O.C.
  • Uvaggio: Dolcetto
  • Gradazione: 13.5%
  • Paese: Italia
  • Regione: Piemonte
  • Formato: Bottiglia 0,75 lt
  • Tipologia: Vino Rosso
  • Abbinag(i)usto:
    Legumi
    Salumi
    Zuppe di pesce
  • Bottiglie prodotte:
  • Disponibile
  • Codice prodotto: MASCVIDOXX
Bartolo Mascarello

Per tutti gli appassionati del Barolo, di ogni sensibilità e orientamento, suonare al campanello di via Roma 15 ed essere ricevuti, anche solo per un saluto e per una breve conversazione nello studiolo di questo vignaiolo, come ama orgogliosamente definirsi, è un must. Davanti a Bartolo Mascarello, che ironicamente commenta le vicende vinose della Langa, mentre disegna e colora una per una le fantasiose etichette del suo Barolo coniando slogan che hanno fatto discutere, ci sono passati, e ci passano tutti, da noti politici, a scrittori, giornalisti, artisti, ma anche, e soprattutto, legioni di appassionati, per i quali Bartolo (Barolo) Mascarello è un simbolo, il tenace difensore della tradizione, (“l’ultimo dei mohicani” ama farsi chiamare), e il testimone di una lunga storia e di un’identità del vino che vengono da lontano.
E partono cioè dalle radici ottocentesche di questo vino unico, e dall’esperienza del padre, Giulio, che nel 1918, reduce dalla dura esperienza della Guerra, e colpito dalle grandi difficoltà in cui versa la piccola Cantina Sociale di Barolo decide, primogenito di una famiglia di vignaioli, di mettersi in proprio e diventare produttore di vini.
Cresciuta passo dopo passo, affiancando alla normale vendita ai privati del vino in damigiane, una piccola produzione in bottiglia, e acquisendo piccoli appezzamenti di vigna in alcune delle migliori posizioni di Barolo, nei Cannubi, a San Lorenzo e Rué, e poi, più tardi, nelle Rocche di La Morra, la cantina si conquista una propria autorevolezza e un indubbio prestigio. Che crescono ancora, quando, nel dopoguerra, e poi nei primi anni Sessanta, ad affiancare Giulio Mascarello (nominato primo Sindaco di Barolo subito dopo la Liberazione), entra in cantina il figlio Bartolo.
Oltre ad aumentare, sensibilmente, la parte di vino imbottigliata, Bartolo non modifica in alcun modo il modo di operare del padre, continuando a proporre per anni addirittura un’incredibile e personalissima Freisa, ma “nebbiolata”, ovvero brevemente fatta passare sulle vinacce del Nebbiolo, e senza farsi in alcun modo condizionare dalla crescente abitudine di vinificare, e poi imbottigliare, alla francese, per singolo vigneto, con l’inevitabile risultato di frammentare la produzione, si mantiene rigorosamente fedele alla tecnica tutta barolesca di assemblare le varie uve provenienti dai diversi vigneti, per assicurare un maggiore equilibrio e una superiore armonia al vino.
E l’abitudine di procedere ad un’unica cuvée, risultato dell'assemblaggio dei 4 vigneti di proprietà, (3 ettari a Nebbiolo da Barolo dei 5 complessivi, che comprendono anche una parte a Barbera d’Alba, Dolcetto d’Alba e a Freisa), è rimasta anche ora, che al fianco di Bartolo, impossibilitato da una malattia a percorrere le amate vigne e ad occuparsi di tutte le numerose incombenze che competono ad un vignaiolo, c’è, oltre che la moglie, presenza discreta, la figlia Maria Teresa, studi umanistici, ma inevitabilmente approdata al vino. Un approdo avvenuto raccogliendo il testimone della tradizione familiare, ovviamente, che prevede vinificazioni con lunghe macerazioni e paziente affinamento del Barolo non in barrique (strumento di cantina di cui Bartolo è nemico dichiarato, a tal punto da proclamarlo, apertis verbis, su varie etichette), bensì in grandi botti di rovere, ma portando, forte della sua sensibilità femminile, un contributo personale in termini di ulteriore fragranza aromatica e freschezza dei vini, consentito anche da un progressivo ricambio dei legni in cantina. Perché la tradizione, secondo i Mascarello, non è mai mummificata, ma sempre aperta al nuovo, senza tagliare le radici con il passato da cui veniamo.

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