Barolo. Il Re dei vini o il vino dei Re?

Barolo. Il Re dei vini o il vino dei Re?

Cos'è il Barolo?

Giusto qualche notizia storica per capire l'evoluzione di questo straordinario vino: nel 1966 riceve la Doc per l'area di 11 comuni delle Langhe: Barolo, Castiglione Falletto e Serralunga d'Alba, Cherasco, Diano d'Alba, Grinzane Cavour, La Morra, Monforte d'Alba, Novello, Roddi e Verduno.

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Dal 1980 Barolo rientra nella Denominazione di Origine Controllata e Garantita, e deve necesariamente rispettare i parametri di:


Vitigno: Nebbiolo 100%;
Resa massima consentita per ha: 8000 kg; 5600 lt/7200 bottiglie da 0,75
Invecchiamento minimo: 38 mesi di cui 18 in legno a partire dal 1°novembre successio alla vendemmia
Uscita in commercio: dal 1° gennaio del quarto anno successivo alla vendemmia
Alcol volumetrico minimo: 12,5%
 per ciò che riguarda la riserva, cambia:
Invecchiamento minimo: 62 mesi di cui 18 in legno, a partire dal 1°novembre successivo alla vendemmia.https://www.gallienoteca.it/enoteca-online/tipologia-vino/barolo.html

Ma la storia del Barolo risale al 1800, anni in cui si comincia ad apprezzare l’uva di  Nebbiolo dalle famiglie nobili e dai Reali di Casa Savoia. Ad iniziare il suo successo fu proprio il Conte Cavour, quando, riconoscendone i potenziali, arruola un enologo francese, tale Odart.

Per mano francese, il vino inizia la sua ascesa al successo e alla fama, attrae i palati più eruditi e inizia a fregiarsi del nome “Re dei vini”.
A fine 1800 inizia ad essere considerato come vino adatto all'invecchiamento, riceve 7 medaglie d'oro al concorso di Vienna, e da quel momento non ha mai smesso di essere considerato a livello mondiale come un grande vino degno delle migliori evoluzioni organolettiche e delle più ampie soddisfazioni in invecchiamento.


Ancora oggi racchiude in sè non solo un ottimo vino, ma anche tutto ciò che di esclusivo si possa trovare in un vino.

Cosa fa del Barolo il Re dei vini?

Il terroir sicuramente è il primo elemento da cui partire, ma anche il clima e l'esposizione sono l'origine di tutto.


La culla del Barolo sono gli 11 comuni delle Langhe, collocati in una zona protetta su tutti i lati, circondata dalla catena Alpina da Nord, Ovest e Sud.
Il clima qui è ottimale per la coltivazione della vite.

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Sarà forse la vicinanza con la Francia e quindi la consapevolezza che il terreno fa la differenza, a far sì che nelle Langhe si cominciasse a parlare di terroir molto prima che altrove.

La conformazione del terreno è molto eterogenea, passa dal calcareo-argilloso di origine elveziana a quella più marnosa e sabbiosa di tipo tortoniano, ed è ciò che a grandi linee differenzia il vino, con le dovute sfumature, tra corpo robusto e soffice tannino.

Tortoniano-Serravalliano: tra Serralunga d'Alba e qualche zona vicino a Monforte d'Alba a est. In quest'area, tra la fine del Langhiano e l’inizio del Serravalliano “Elveziano” iniziano ad emergere i suoli di Serralunga d’Alba, caratterizzati da formazioni con strati di marne grigie (Marne di Sant'Agata Fossili) alternate ad arenarie di sabbie silicee più o meno compatte, che donano ai vini uno stile inimitabile di austera e raffinata espressività.

A Monforte d’Alba e Castiglione Falletto; il suolo ha già una composizione differente e alterna strati di sabbia più o meno compatta, di colore grigio-bruno o giallastro, con arenarie grigie piuttosto compattate e derivanti da carbonati di acque marine, dette Arenarie di Diano.

Il Tortoniano: a ovest, escludendo però le aree di La Morra e di Verduno, caratterizzate più da suoli profondi e gessosi (Messiniano), mentre i suoli del Tortoniano sono a prevalenza composti da marne e arenarie.

L'area compresa invece tra Barolo e La Morra è costituita da marne grigio-bluastre, ricche di carbonati di magnesio e manganese, che in superficie diventano di tonalità grigio-biancastra in seguito all’azione degli agenti atmosferici; si tratta di argille miste a sabbia finissime, con una forte base calcarea, le cosiddette Marne di Sant’Agata.

Chiaro ora è il fatto che associare aprioristicamente all'area Tortoniana l'eleganza e al Serravalliano profondità e struttura, rimane un discorso superficiale. Le sfumature sono innumerevoli e considerate tutte le variabili tra un territorio e l'altro, si è compreso, come in Francia, che era necessaria una divisione in cru, da qui nascono le MGA (Menzioni Geografiche Aggiuntive) che per la DOCG di Barolo ne conta 170.

Vediamo insieme le sfumature di colore granato pieno e intenso, dei profumi che vanno dal fruttato allo speziato, i piccoli frutti rossi, ciliegie sotto spirito e confettura. Il Barolo è un ventaglio che si fa subito ampio: rosa, viola appassita, cannella, pepe, noce moscata, vaniglia, per scendere in profondità tra liquirizia, cacao, tabacco e cuoio.

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Le 5 cantine da non perdere e i vini da assaggiare

1 - BARTOLO MASCARELLO - BAROLO

Il nostro tour inizia da Barolo, con la visita alla cantina Bartolo Mascarello.

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Non riusciamo a nascondere una certa deferenza nell'ascoltare Alan (cantiniere e ormai parte della famiglia Mascarello) che ci guida nelle segrete della cantina, dove ancora si respira aria di rivoluzione "Bartoliana".

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Siamo nella cantina dell'icona del Barolo artigianale, l'ultimo caposaldo della resilenza al convenzionale. Che meraviglia vedere dal vivo le etichette disegnate una ad una e tutte diverse tra loro dei vecchi Barolo di Bartolo Mascarello, alcune scoperte dalla figlia Maria Teresa solo dopo la morte del padre, a sua insaputa conservate come opere d'arte.

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L'estro in comunicazione non mancava in casa Mascarello, e senza peli sulla lingua, Bartolo ha sempre esplicitato a chiare lettere i suoi pensieri, le sue predilezioni e i suoi nemici. La più famosa affermazione "No Barrique No berlusconi" ha fatto la storia, ma anche la sua poca predilezione alla vinificazione diversificata per cru in versione filo francese. Maria Teresa continua il lavoro del padre, così come fece Bartolo seguendo il lavoro di Giulio.

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2 - ELIO SANDRI - PERNO - MONFORTE D'ALBA

Il tour per i migliori Cru delle Langhe continua a Monforte d'Alba nella cantina di Elio Sandri. Ci accoglie proprio lui, con una dialettica che ti mette a tuo agio già solo alle presentazioni. E' un operoso lavoratore ma con una buona dose di vena filosofica da profondo pensatore e osservatore.

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Le sue vigne sono tutte sotto la MGA Perno, ne attraversiamo una sola, quella esposta a sud che si affaccia verso Serralunga. Qui si respira aria borgognona, in alto domina una zona boschiva fitta che lui sceglie di non coltivare per preservare un microclima e un habitat che fa sistema con il resto.

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E' proprio qui che improvvisamente vediamo un cerbiatto brucare indisturbato e tranquillo nonostante la nostra presenza. Un luogo dove animali selvatici, farfalle e flora fanno parte di un unico cosmo vitale in direzione Staineriana.

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3 - LAPO BERTI - LA MORRA

Impensabile non passare a salutare il nostro amico Lapo Berti. Raccontare Lapo è per noi un estremo piacere, così come passare una serata a cena con lui che, il suo accento toscano, tra ironia e poesia, ci racconta dei suoi vini e di lui.

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Uno dei pochi cantinieri italiani rimasti nelle Langhe, un sognatore, un puro, un uomo d'altri tempi che produce vini di altri tempi. Il suo è un Barolo tradizionale con un attaccamento estremo al terroir, lo stesso Terroir che da Arezzo, l'ha fatto innamorare e trasferire nelle Langhe. Riesce a esaltare l'uva Nebbiolo anche nel suo Langhe Nebbiolo con 18 mesi di affinamento.

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Davvero difficile descrivere Lapo, perchè basterebbero pochi minuti insieme per capire che è un personaggio da conoscere, per il suo tono informale, per la simpatia, per la sua cultura ma anche più semplicemente, per i suoi racconti di viaggio.


4 - ROBERTO VOERZIO - LA MORRA

Riprendiamo la rotta e raggiungiamo di prima mattina la cantina di Roberto Voerzio a La Morra. Ad accoglierci la moglie del figlio Miriam che ci guida tra le vigne prima e poi in cantina, per concludere con una carrellata di assaggi tra Barolo, Dolcetto e Langhe Nebbiolo.



L'argomento che più ci colpisce durante la descrizione dell'azienda, è sicuramente la gestione della resa delle piante: Roberto Voerzio tra quantità e qualità sceglie la qualità ma la scelta che fa sui grappoli è quasi estrema. A maturazione in corso del grappolo sulla pianta, oltre a una prima potatura radicale in cui salva i grappoli migliori, recide in un secondo passaggio, a volte a metà a volte a tre quarti il grappolo tra i migliori che hanno superato la prima selezione.

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L'obiettivo è quello di concentrare il più possibile, in pochi chicchi, tutti i nustrimenti e il più ampuio ventaglio di espressioni varietale.

Apertis verbis sulle operazioni in cantina in cui non viene utilizzata nessuna sostanza che può modificare le caratteristiche del vino. La fermentazione alcolica dura dai 10 ai 30 giorni e avviene spontaneamente senza inoculo di lieviti.

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Al termine della fermentazione malolattica in vasche di acciaio, tutti i vini, tranne il Dolcetto, sono travasati nel legno per il periodo di affinamento. La quantità di solfiti è solitamente inferiore al 50% della quantità permessa dalla legge e pratica utilizzata  esclusivamente durante l’imbottigliamento: questa è l’unica sostanza presente estranea all’uva.

Non avviene filtrazione in nessun vino e la massima espressione dei vini di Roberto, secondo lui avviene solo dopo almeno 5 o 6 anni di affinamento in bottiglia, per poi evolversi lentamente tra i 20 e 30 anni se conservati in condizioni ottimali.


5 - GIULIA NEGRI - LA MORRA

Rimaniamo a La Morra per la nostra ultima tappa che concludiamo in visita a Giulia Negri.
La chiamano Barolo Girl: Giulia Negri, giovane vignaiola che molto probabilmente non arriva a trent'anni (sulla sua età le piace dare numeri a caso).

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Energica, con una grinta pura che le fa brillare gli occhi quando ci racconta del suo lavoro e dei suoi vini. Giovane ma già con una consapevolezza e una sicurezza che lascia immaginare a una nuova stella e ad una grande donna del vino.

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Nonostante i primi riconoscimenti siano già arrivati, Giulia non manifesta mai, a parte un sano orgoglio, nè alterigia nè superbia, anzi! Ha quell'umiltà socratica del "so di non sapere" e quella acuta determinazione che le ha fatto prendere in mano l'azienda di famiglia, stravolgendo in tutto e per tutto sia la coltivazione sia le attività in cantina. La sua è una cantina semplice, ordinata e pulita, con tonneau da legni austriaci pregiatissimi, frutto di una lunga selezione;  si affaccia su una parte dei vigneti e sulla Tartufaia, con un panorama che si apre a perdita d'occhio e lascia spazio alla riflessione e a disquisizioni filosofiche.

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L'azienda di famiglia ha una storia di svariate decadi, ma gestita da terzi e con un'idea molto diversa da quella attuale. Così, dopo aver ricevuto carta bianca da suo padre per la gestione dell'azienda, da qualche anno Giulia fa il "Suo Vino", senza compromessi, in una terra già gloriosa, su cui ci si potrebbe anche adagiare solo sul nome Barolo. Invece la sua ricerca e la sua sfida è proprio guardare al futuro con una nuova interpretazione.

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Inizia tutto vinificando le raccolte dei vari vigneti, li lascia affinare separati e già dai primi assaggi si accorge che dalla botte del Serradenari il vino ha una marcia in più. Diventa il suo fiore all'occhiello, il vino  che esprime il meglio del Cru Serradenari: una terra alta, ventilata, fredda, minerale e floreale grazie ad un microclima caratterizzato da una costante brezza e da forti escursioni termiche fra giorno e notte.

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Il suo bagaglio culturale francese si trova sia nella vinificazione senza blend dei suoi cru sia nella finezza dei suoi vini. La Borgogna nel cuore la spinge a coltivare anche Pinot Nero e  Chardonnay, provenienti entrambi dal vigneto la Tartufaia. Due vini che puntano dritti verso lo stile francese, per finezza, eleganza, struttura e mineralià.



"Dopo 10 anni di invecchiamento, non si parla più di grandi vini ma di grandi bottiglie"
(cit. Alan - cantiniere Bartolo Mascarello)


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